La storia della chiesa della Gran Madre di Dio, uno dei simboli di Torino, ha inizio nel periodo della caduta di Napoleone: con il trattato di Parigi del 30 maggio del 1814 veniva ristabilito il potere di casa Savoia e il 30 agosto del 1814 il consiglio della città aveva decretato di celebrare il rientro di Vittorio Emanuele I nella capitale del Regno di Sardegna con appositi festeggiamenti e soprattutto con l’innalzamento di un tempio dedicato alla Gran Madre di Dio. Il progetto fu affidato all’architetto Ferdinando Bonsignore (che per l’immagine della chiesa di ispirò al Pantheon di Roma) e il 23 luglio del 1818 fu posata la prima pietra, anche se i lavori procedettero tutt’altro che speditamente, conoscendo anche un’interruzione di circa nove anni (il cantiere riprese soltanto nel 1827, sotto il regno di Carlo Felice). L’edificio fu completato nel 1831 e inaugurato il 20 maggio di quell’anno, alla presenza di re Carlo Alberto. La chiesa si presenta come un sontuoso edificio neoclassico a pianta circolare, preceduto da un pronao esastilo (con sei colonne), all’interno del quale si trovano altre due colonne, una per lato, affiancate da tre pilastri. Tutte le colonne presentano capitelli corinzi. Si accede al tempio attraverso un’ampia scalinata, davanti alla quale si ammira il monumento a Vittorio Emanuele I.
Fu proprio Vittorio Emanuele I a stabilire che per la chiesa venissero impiegati soprattutto marmi locali, e in particolare marmi del Monregalese. Le colonne interne sono dunque in breccia di Casotto, le basi di queste ultime sono in bigio scuro di Frabosa. La seravezza di Moncervetto è stata invece largamente impiegata come base per gli altari e le balaustre.
